Ho liberato …

Ho liberato i miei genitori dalla sensazione di avere fallito con me.
Ho liberato i miei figli dal bisogno di rendermi orgogliosa; che possano scrivere e percorrere le loro proprie vie secondo i loro cuori, che sussurrano tutto il tempo alle loro orecchie.
Ho liberato il mio uomo dall’obbligo di completarmi.
Non mi manca niente, imparo per tutto il tempo, insieme a tutti gli esseri. Mi piacciano o non mi piacciano.
Ringrazio i miei nonni e antenati che si sono riuniti affinché oggi io respiri la Vita.
Li libero dai fallimenti del passato e dai desideri che non hanno portato a compimento, consapevole che hanno fatto del loro meglio per risolvere le loro situazioni all’interno della coscienza di quell’istante. Li onoro, li amo e li riconosco innocenti.
Io mi denudo davanti a tutti gli occhi, che sanno che non nascondo né devo nulla oltre ad essere fedele a me stessa e alla mia stessa esistenza, e che camminando con la saggezza del cuore, sono consapevole che il mio unico dovere è perseguire il mio progetto di vita, libera da legami invisibili e visibili che possono turbare la mia pace e felicità. Queste sono le mie uniche responsabilità.
Rinuncio al ruolo di salvatrice, di essere colei che unisce o soddisfa le aspettative degli altri.
Imparando attraverso, e soltanto attraverso l’amore, benedico la mia essenza e il mio modo di esprimerla, anche se qualcuno potrebbe non capirmi.
Capisco me stessa, perché solo io ho vissuto e sperimentato la mia storia; perché mi conosco, so chi sono, quello che sento, quello che faccio e perché lo faccio.
Mi rispetto e approvo.
Io onoro la divinità in me e in te, siamo liberi.

Antica Benedizione Maya

Si, sir?

“Lloyd, mi sono chiuso in me stesso!”
“Temo di sì, sir”
“Come faccio adesso? Qui dentro mi sento soffocare”
“Non si preoccupi, sir. Basterà attendere la persona giusta con cui aprirsi”
“E la persona giusta sarà quella che mi farà uscire?”
“Al contrario, sir. Sarà quella che non avrà paura di entrare”
“Grazie mille, Lloyd”
“Dovere, sir”

Simone Tempia

Considerazioni di un alunno sulla riapertura della scuola

Mi chiamo Gerardo Gambone e sono un alunno della classe 5°E del liceo scientifico Giovanni Da Procida.
Sono qui per esprimere le mie perplessità riguardanti il ritorno a scuola di oggi.
In questi ultimi giorni, alla notizia dell’imminente ritorno a scuola, noi studenti eravamo già pieni di dubbi e interrogativi sull’effettiva efficacia di sistema detto Didattica Digitale Integrata, ma oggi, primo giorno di scuola dopo mesi di lezioni casalinghe online, abbiamo potuto vedere e toccare con mano problemi evidenti ed oggettivi che affliggono questo, a mio parere fallace, sistema.
Al di là di quelli che possono essere problemi soggettivi relativi ai singoli studenti, che ahimè, non possono essere risolti in maniera esaustiva ed efficace, stamattina ci siamo trovati di fronte a professori in seria difficoltà, stanchi e nervosi, alle prese con lezioni insostenibili con mascherina, problemi audio e difficile gestione del gruppo classe in sincrono con quello da remoto. Non intendiamo attribuire alcuna colpa ai docenti che loro malgrado sono oggettivamente impossibilitati a dare sufficiente attenzione ad entrambi i gruppi.
In più i ragazzi all’interno delle aule sono costretti immobili nel banco per 5/6 ore di fila, salvo rare e veloci pause, si arriva assai stanchi alle ultime ore e rendendo inefficace anche quel poco che i professori cercano di trasmetterci sul piano didattico, socializzazione ed empatia tra compagni di classe pari a zero. Se si vuole considerare l’aspetto più umano della cosa, in questo tipo di classe manca quasi del tutto l’armonia prepandemia oppure è fonte di caos continuo dato che per scambiare due chiacchiere bisogna alzare la voce strillando da un lato all’altro dell’aula.
Dunque se questo rientro:
Non ha permesso il ritorno di tutti gli studenti in presenza;
Non ha migliorato la socialità;
Non ha rimosso, anzi ha accentuato le problematiche relative ai dispositivi digitali;
Ha contribuito a creare disparità tra lo stesso gruppo classe che ora si trova diviso tra studenti in casa abbandonati a sé stessi e altri a cui è garantita maggiore attenzione, cosa che durante la Didattica a Distanza non si verificava perché essendo tutti online eravamo tutti allo stesso livello e avevamo tutti le stesse attenzioni;
Allora mi chiedo a cosa è servito? Ha semplicemente messo in ulteriore pericolo migliaia di famiglie esponendo professori e alunni a maggiore rischio di contagio, portando avanti la convinzione, a mio parere sbagliata, che dei banchi con le rotelle, una mascherina e un po’ di igienizzante per le mani ci possa garantire uno scudo invincibile a questo virus? Ma purtroppo io sono un semplice liceale che ancora non capisce nulla della vita e lascio fare queste considerazioni a chi ne sa certo più di me.
Per di più ci sono ragazzi che la mattina arrivano a scuola e ai termometri scolastici riportano temperature elevate e oltre la norma, ma, nonostante ciò, li si fa aspettare un po’ in un un’aula per aspettare che la temperatura scenda e poi subito in classe. Capisco che ci possono essere malfunzionamenti dei misuratori di temperatura che molto spesso riportano valori non attendibili, ma comunque in via precauzionale non andrebbero sorvolate situazioni del genere, bisognerebbe rimandare lo studente a casa non avendo la possibilità di fare test che garantiscano al 100% la sua negatività al virus.
Poi si potrebbe parlare degli enormi disagi dei pendolari dovuti a questo orario sfasato che parte dalle 9.50 e termina alle 14.00, ma credo di essermi dilungato fin troppo, e mi sembra che sia ben chiara la mia posizione riguardo la questione.
Spero che questa situazione migliori in qualche modo perché la salute va oltre l’istruzione e in questo modo non si garantisce né l’una né l’altra cosa. Non è neppure iniziata la scuola ma già rimpiangiamo la DaD..

L’anniversario

di Massimo Gramellini30 gennaio 2021

Il 30 gennaio 2020 l’Oms dichiarava l’emergenza Covid, suggerendo restrizioni alla mobilità. La sera prima, due turisti cinesi erano stati ricoverati a Roma, ma qualcuno ancora ci scherzava su e il signor Gennaro da Forcella affittava «o cinese con la tosse, che per quindici euro tossisce alla Poste e ti fa saltare la fila». È passato un anno, eppure non sembra ieri: sembra un secolo fa. Certe volte mi sorprendo a chiedermi se è veramente esistita un’epoca in cui stringevo la mano a qualcuno e poi, con la stessa mano, prendevo un pezzo di pane e lo portavo alla bocca. Conservo ricordi confusi di gomitate in metropolitana e piedi pestati allo stadio. Un mio amico sostiene che il figlio frequentava le aule di un liceo e il sabato usciva di casa a mezzanotte per andare a stiparsi con i suoi simili dentro luoghi non sanificati. Gli insegnanti, per dirla alla Pasolini, educavano con l’esserci e non solo con il parlare. Il distanziamento sociale era una critica, non un ordine. Le persone che incontravi per strada avevano la bocca in vista e ci si abbracciava e baciava senza pensarci su. Gli uffici erano abitati dall’uomo e la pausa pranzo nutriva una sterminata vegetazione urbana di bar, palestre, centri estetici. L’asporto era un piacere, non ancora un dovere.

I futurologi prevedevano che l’economia digitale avrebbe soppiantato quella fisica non prima del 2050. Nella maggioranza, Renzi si lamentava con tutti e tutti si lamentavano di lui. Ecco, almeno una cosa non è cambiata.

Il virus e la scomparsa del Caso

Ai tanti effetti della clausura prolungata che ha divelto le nostre abitudini mi permetto di aggiungerne uno di cui non si parla mai abbastanza: la scomparsa del Caso, dell’Inaspettato.

Nella vita di prima succedevano cose impensabili che oggi sono impossibili, mentre allora erano solo imprevedibili. Andavi a una cena e incontravi l’amore della vita oppure un cretino - statisticamente più il secondo che il primo – ma in entrambi i casi avevi aggiunto un nome in agenda e una riga al libro delle tue esperienze. Adesso puoi uscire di casa soltanto per vedere congiunti e amici in modica quantità. La sorpresa non è contemplata, anzi è temuta: se nel salotto della persona da cui sei in visita entra qualcuno che non conosci, il tuo primo pensiero non è «sarà simpatico?», ma «avrà fatto il tampone?».

È come se dal film della nostra esistenza fossero state tagliate di colpo oltre la metà delle scene. E infatti se una volta, sugli schermi e nei libri, ci nutrivamo di storie per sognare le vite che non avremmo mai potuto avere, adesso andiamo a cercarvi quella che avevamo prima che ci venisse tolta: gli abbracci, le facce scoperte, i bar affollati, persino gli ingorghi e gli stadi pieni di tifosi arrabbiati, perché anche il caos fa parte dell’esperienza umana ed espellerlo per decreto non può essere considerata una soluzione soddisfacente.

Siamo arrivati al punto che l’altra sera il primo ministro britannico Boris Johnson, riposti per sempre in un cassetto i proclami vitalisti del suo recente passato, è andato in tv a informare i suoi connazionali che d’ora in poi, e chissà fino a quando, si potrà uscire di casa solo per «fare la spesa essenziale, comprare le medicine e fuggire dagli abusi domestici». Avrebbe fatto prima a dire: «Solo per questione di vita o di morte».

Ci siamo persi l’Altro, ed è una mancanza che alla lunga comincia a dispiacere persino ai misantropi. Soprattutto ci siamo persi la possibilità di perderci: per strada, come dentro un contrattempo. Ho provato a fare una breve lista di tutti i piccoli eventi imprevedibili a cui abbiamo rinunciato da quando la nostra vita è diventata una ripetizione schedulata di gesti meccanici: lo sguardo di uno sconosciuto sulla metropolitana, un litigio tra automobilisti nevrotici, uno sfottò al bar. Casualità gradevoli o spiacevoli, ma comunque vive, perché quasi mai preventivabili. Ginnastica per la mente, costretta a misurarsi con stimoli inaspettati. Si può riprodurre tutto questo dentro lo schermo di un computer? Me lo chiedo ogni volta che penso agli adolescenti. Sono loro le prime vittime emotive di quanto ci sta succedendo. Da quasi un anno, non mettono più piede regolarmente dentro una scuola, un concerto o una festa. La giovinezza è uno stato d’animo che reclama la presenza, il contatto fisico. Vedersi «a distanza» è una condizione artefatta, un rito asettico che taglia fuori quasi tutti i sensi, a cominciare dall’olfatto: forse il più dirimente, almeno per gli innamorati.

Provate a calare nel lockdown i due adolescenti più famosi della letteratura, Romeo e Giulietta. Nella Verona di questi giorni non si conoscerebbero neanche: Romeo non riuscirebbe a imbucarsi in casa Capuleti, neppure se fosse munito di regolare autocertificazione. Così resterebbe congelato nelle sue passioni sbagliate ma conosciute, finendo per andare a prendere inutilmente freddo sotto il balcone della sdegnosa Rosalina, purché entro e non oltre le dieci di sera. Probabilmente lui e Mercuzio si ubriacherebbero di continuo e andrebbero a fare a botte con la banda rivale per dare un senso alla noia. Certo, i due amanti non morirebbero più per le conseguenze del loro amore. Però morirebbero dentro, per non averlo vissuto. Ed è proprio questa non-vita che oggi tormenta una intera generazione a cui sono stati tolti gli spazi dello studio e quelli della convivialità, oberandola di debiti che toccherà a lei pagare in cambio di servizi che neanche la riguardano, dal momento che il Recovery Fund ideato – si fa per dire – da un governo di dinosauri e camaleonti si occupa di tutto tranne che dei giovani.

Immagino stuoli di psicologi al lavoro per studiare le conseguenze di questa pena, che non dà certezze neanche sulla sua fine. Non sarà facile tornare alle vecchie abitudini, e neanche immediato. Quando tutto il mondo avrà fatto il vaccino (compresa l’Italia, sia pure qualche mese dopo) ci sentiremo come chi è reduce da un grave incidente. Da bambino mi ruppi malamente un braccio cadendo dalla bici e ricordo ancora benissimo la sensazione che provai appena mi tolsero il gesso. Il mio cervello si rifiutava di credere che certi gesti, un tempo normali, fossero tornati possibili, e continuava a rivolgersi all’altro braccio per ogni evenienza. A quello ingessato non bastò guarire. Dovette reimparare a esserlo. La lunga inattività aveva ristretto la sua zona di conforto: temeva qualsiasi contatto e qualsiasi imprevisto, scambiandolo per un’invasione di campo in grado di attentare alla sua integrità ritrovata. Anche a noi toccherà reimparare (o imparare tout court) ad avere fiducia negli altri, e prima ancora in noi stessi. Sarà durissima, non vedo l’ora.

di Massimo Gramellini

Ojos de Neptuno

A scuola non mi hanno parlato della Luna e delle sue fasi, della terra e dei suoi cicli.
Non mi hanno parlato della morte come nascita, non mi hanno parlato della sessualità come Sacra.
Non mi hanno parlato del corpo come tempio emotivo.
Mi hanno parlato di adattarmi, di adattarsi.
Mi hanno detto di sedermi, sempre nello stesso banco, e vedere ripetutamente un solo angolo delle cose.
Mi hanno giudicato con i numeri, mi hanno fatto sentire a volte di più ma quasi sempre meno di un altro.
A volte meritava, altre volte no.
Mi hanno detto che ero distratto, ribelle, irrispettoso.
Mi hanno detto di stare zitto e di studiare anche quello che non mi piace, altrimenti tiravano fuori un foglio come minaccia.
Mi hanno voluto far paura.
Mi hanno voluto sottomesso.
Mi hanno voluto sistemico.
Mi hanno voluto senza discutere.
Mi hanno voluto obbediente.
Mi volevano in ordine.
Ma mai nessuno ha voluto che mi scoprissi.
Nessuno mi ha aspettato.
Nessuno mi ha chiesto.
Nessuno si è fermato a guardarmi.
Quando ci sarà una scuola, che ci guardi uno a uno con attenzione?
Quando smetteremo di voler essere tutti uguali?
Fin qui arriviamo.
Con questo metodo.
Siamo lupi battezzati cani.
Voglio ululare alla luna senza che mi dicano pazzo.
Voglio vivere al mio ritmo, senza nessun obiettivo.
Voglio sentire senza paura.
Ti regalo la mia struttura,
Ti regalo la mia produttività.
Ma lasciami, creativo, e anche se non ti piace,e anche se ti infastidisce,lasciami pure selvaggio.