L’anniversario

di Massimo Gramellini30 gennaio 2021

Il 30 gennaio 2020 l’Oms dichiarava l’emergenza Covid, suggerendo restrizioni alla mobilità. La sera prima, due turisti cinesi erano stati ricoverati a Roma, ma qualcuno ancora ci scherzava su e il signor Gennaro da Forcella affittava «o cinese con la tosse, che per quindici euro tossisce alla Poste e ti fa saltare la fila». È passato un anno, eppure non sembra ieri: sembra un secolo fa. Certe volte mi sorprendo a chiedermi se è veramente esistita un’epoca in cui stringevo la mano a qualcuno e poi, con la stessa mano, prendevo un pezzo di pane e lo portavo alla bocca. Conservo ricordi confusi di gomitate in metropolitana e piedi pestati allo stadio. Un mio amico sostiene che il figlio frequentava le aule di un liceo e il sabato usciva di casa a mezzanotte per andare a stiparsi con i suoi simili dentro luoghi non sanificati. Gli insegnanti, per dirla alla Pasolini, educavano con l’esserci e non solo con il parlare. Il distanziamento sociale era una critica, non un ordine. Le persone che incontravi per strada avevano la bocca in vista e ci si abbracciava e baciava senza pensarci su. Gli uffici erano abitati dall’uomo e la pausa pranzo nutriva una sterminata vegetazione urbana di bar, palestre, centri estetici. L’asporto era un piacere, non ancora un dovere.

I futurologi prevedevano che l’economia digitale avrebbe soppiantato quella fisica non prima del 2050. Nella maggioranza, Renzi si lamentava con tutti e tutti si lamentavano di lui. Ecco, almeno una cosa non è cambiata.

Il virus e la scomparsa del Caso

Ai tanti effetti della clausura prolungata che ha divelto le nostre abitudini mi permetto di aggiungerne uno di cui non si parla mai abbastanza: la scomparsa del Caso, dell’Inaspettato.

Nella vita di prima succedevano cose impensabili che oggi sono impossibili, mentre allora erano solo imprevedibili. Andavi a una cena e incontravi l’amore della vita oppure un cretino - statisticamente più il secondo che il primo – ma in entrambi i casi avevi aggiunto un nome in agenda e una riga al libro delle tue esperienze. Adesso puoi uscire di casa soltanto per vedere congiunti e amici in modica quantità. La sorpresa non è contemplata, anzi è temuta: se nel salotto della persona da cui sei in visita entra qualcuno che non conosci, il tuo primo pensiero non è «sarà simpatico?», ma «avrà fatto il tampone?».

È come se dal film della nostra esistenza fossero state tagliate di colpo oltre la metà delle scene. E infatti se una volta, sugli schermi e nei libri, ci nutrivamo di storie per sognare le vite che non avremmo mai potuto avere, adesso andiamo a cercarvi quella che avevamo prima che ci venisse tolta: gli abbracci, le facce scoperte, i bar affollati, persino gli ingorghi e gli stadi pieni di tifosi arrabbiati, perché anche il caos fa parte dell’esperienza umana ed espellerlo per decreto non può essere considerata una soluzione soddisfacente.

Siamo arrivati al punto che l’altra sera il primo ministro britannico Boris Johnson, riposti per sempre in un cassetto i proclami vitalisti del suo recente passato, è andato in tv a informare i suoi connazionali che d’ora in poi, e chissà fino a quando, si potrà uscire di casa solo per «fare la spesa essenziale, comprare le medicine e fuggire dagli abusi domestici». Avrebbe fatto prima a dire: «Solo per questione di vita o di morte».

Ci siamo persi l’Altro, ed è una mancanza che alla lunga comincia a dispiacere persino ai misantropi. Soprattutto ci siamo persi la possibilità di perderci: per strada, come dentro un contrattempo. Ho provato a fare una breve lista di tutti i piccoli eventi imprevedibili a cui abbiamo rinunciato da quando la nostra vita è diventata una ripetizione schedulata di gesti meccanici: lo sguardo di uno sconosciuto sulla metropolitana, un litigio tra automobilisti nevrotici, uno sfottò al bar. Casualità gradevoli o spiacevoli, ma comunque vive, perché quasi mai preventivabili. Ginnastica per la mente, costretta a misurarsi con stimoli inaspettati. Si può riprodurre tutto questo dentro lo schermo di un computer? Me lo chiedo ogni volta che penso agli adolescenti. Sono loro le prime vittime emotive di quanto ci sta succedendo. Da quasi un anno, non mettono più piede regolarmente dentro una scuola, un concerto o una festa. La giovinezza è uno stato d’animo che reclama la presenza, il contatto fisico. Vedersi «a distanza» è una condizione artefatta, un rito asettico che taglia fuori quasi tutti i sensi, a cominciare dall’olfatto: forse il più dirimente, almeno per gli innamorati.

Provate a calare nel lockdown i due adolescenti più famosi della letteratura, Romeo e Giulietta. Nella Verona di questi giorni non si conoscerebbero neanche: Romeo non riuscirebbe a imbucarsi in casa Capuleti, neppure se fosse munito di regolare autocertificazione. Così resterebbe congelato nelle sue passioni sbagliate ma conosciute, finendo per andare a prendere inutilmente freddo sotto il balcone della sdegnosa Rosalina, purché entro e non oltre le dieci di sera. Probabilmente lui e Mercuzio si ubriacherebbero di continuo e andrebbero a fare a botte con la banda rivale per dare un senso alla noia. Certo, i due amanti non morirebbero più per le conseguenze del loro amore. Però morirebbero dentro, per non averlo vissuto. Ed è proprio questa non-vita che oggi tormenta una intera generazione a cui sono stati tolti gli spazi dello studio e quelli della convivialità, oberandola di debiti che toccherà a lei pagare in cambio di servizi che neanche la riguardano, dal momento che il Recovery Fund ideato – si fa per dire – da un governo di dinosauri e camaleonti si occupa di tutto tranne che dei giovani.

Immagino stuoli di psicologi al lavoro per studiare le conseguenze di questa pena, che non dà certezze neanche sulla sua fine. Non sarà facile tornare alle vecchie abitudini, e neanche immediato. Quando tutto il mondo avrà fatto il vaccino (compresa l’Italia, sia pure qualche mese dopo) ci sentiremo come chi è reduce da un grave incidente. Da bambino mi ruppi malamente un braccio cadendo dalla bici e ricordo ancora benissimo la sensazione che provai appena mi tolsero il gesso. Il mio cervello si rifiutava di credere che certi gesti, un tempo normali, fossero tornati possibili, e continuava a rivolgersi all’altro braccio per ogni evenienza. A quello ingessato non bastò guarire. Dovette reimparare a esserlo. La lunga inattività aveva ristretto la sua zona di conforto: temeva qualsiasi contatto e qualsiasi imprevisto, scambiandolo per un’invasione di campo in grado di attentare alla sua integrità ritrovata. Anche a noi toccherà reimparare (o imparare tout court) ad avere fiducia negli altri, e prima ancora in noi stessi. Sarà durissima, non vedo l’ora.

di Massimo Gramellini

Ojos de Neptuno

A scuola non mi hanno parlato della Luna e delle sue fasi, della terra e dei suoi cicli.
Non mi hanno parlato della morte come nascita, non mi hanno parlato della sessualità come Sacra.
Non mi hanno parlato del corpo come tempio emotivo.
Mi hanno parlato di adattarmi, di adattarsi.
Mi hanno detto di sedermi, sempre nello stesso banco, e vedere ripetutamente un solo angolo delle cose.
Mi hanno giudicato con i numeri, mi hanno fatto sentire a volte di più ma quasi sempre meno di un altro.
A volte meritava, altre volte no.
Mi hanno detto che ero distratto, ribelle, irrispettoso.
Mi hanno detto di stare zitto e di studiare anche quello che non mi piace, altrimenti tiravano fuori un foglio come minaccia.
Mi hanno voluto far paura.
Mi hanno voluto sottomesso.
Mi hanno voluto sistemico.
Mi hanno voluto senza discutere.
Mi hanno voluto obbediente.
Mi volevano in ordine.
Ma mai nessuno ha voluto che mi scoprissi.
Nessuno mi ha aspettato.
Nessuno mi ha chiesto.
Nessuno si è fermato a guardarmi.
Quando ci sarà una scuola, che ci guardi uno a uno con attenzione?
Quando smetteremo di voler essere tutti uguali?
Fin qui arriviamo.
Con questo metodo.
Siamo lupi battezzati cani.
Voglio ululare alla luna senza che mi dicano pazzo.
Voglio vivere al mio ritmo, senza nessun obiettivo.
Voglio sentire senza paura.
Ti regalo la mia struttura,
Ti regalo la mia produttività.
Ma lasciami, creativo, e anche se non ti piace,e anche se ti infastidisce,lasciami pure selvaggio.

Una voce dal web

Io vi avviso, ho scritto tanto, davvero tanto. Se non vi va, non leggete.

Gentile Ministro Azzolina,

La prego di perdonare il profluvio di parole, finora ho tenuto per me opinioni ed idee accettando passivamente ogni decisione ed affrontando tutte le decisioni con stoica sopportazione solo per amore del lavoro che faccio, il docente.

Sì, di amore si tratta, un amore nato dopo che per anni, io ingegnere, ho rifiutato il mondo della scuola che pur mi ha cullato per tutta la vita (padre, madre, sorella, suocero suocera e cognata tutti insegnanti). Poi ho scoperto il vero cuore della Scuola, i miei ragazzi, quelli che mi hanno tenuto vivo quando il mondo mi è crollato addosso alla morte di mia moglie, quelli che mi hanno restituito la voglia di studiare e di imparare e che mi hanno regalato due braccia lunghissime, quelle stesse braccia con cui li abbraccio, tutti, accompagnandoli in un percorso di vita.

Non mi prenda in parola, La prego, ma questo è un lavoro che farei, comunque, anche senza stipendio.

Lo scorso febbraio il mondo si è svegliato all’inferno. Pandemia. Una parola letta sui libri, ma a memoria di studente, non mi pare che la Storia abbia mai visto un fenomeno del genere. Il tempo di incolpare Cinesi ed Italiani e tutti, senza soluzione di continuità e con un principio di feroce democrazia virale, siamo finiti in un posto in cui nessun luogo è diventato sicuro.

La scuola non è rimasta oasi di felicità, ma ci siamo ritrovati lontano dagli edifici a doverci inventare un nuovo modo di fare lezione. La prego di ricordare con me come la famosa, ed oggi famigerata DIDATTICA A DISTANZA, non è stata consigliata da nessuno. Nessun pedagogo, nessun politico, nessun legislatore, nessun esperto la ha organizzata ma è stato un movimento spontaneo, l’intero corpo docente non si è fermato.

Certo, abbiamo iniziato a fare lezione inventandoci modi di comunicare, esplorando i sentieri, oscuri ai più, della comunicazione via web, via wi-fi. Abbiamo usato ogni mezzo disponibile, all’inizio almeno, incuranti di tutte quelle norme come la privacy. Raggiungere i ragazzi era il primo obiettivo. Certo, abbiamo seguito l’esempio di quelle scuole rette da Dirigenti illuminati che in tempi non sospetti hanno lanciato la scuola nel nuovo millennio inventando davvero la DAD, ma intesa come Didattica Assistita dal Digitale, che, pandemia o no, resta la vera rivoluzione nel mondo della scuola. Non glieli cito, Ministro, non qui, ma ne conosco personalmente almeno una decina e in maniera indiretta altrettanti che hanno inteso mettere al centro del dialogo educativo i ragazzi, il loro mondo, la loro tecnologia e prima ancoro la loro comunicazione ed i risultati sono stati eccellenti.

Del resto, mi consenta una camminata nei miei pochi anni di insegnamento, mi sento di far parte di quella generazione di docenti figli del PNSD, una iniziativa meravigliosa che ci ha dato respiro e che, al variare dei governi, in Italia e nella scuola frequenti come il cambio delle stagioni, è sparito, messo in naftalina, in eterna attesa.

Si leggeva, tra le pagine illuminate del documento che il PNSD

“… risponde alla chiamata per la costruzione di una visione di Educazione nell’era digitale, attraverso un processo che, per la scuola, sia correlato alle sfide che la società tutta affronta nell’interpretare e sostenere l’apprendimento lungo tutto l’arco della vita (life-long) e in tutti contesti della vita, formali e non formali (life-wide) …”

Ed ancora

“… si tratta prima di tutto di un’azione culturale, che parte da un’idea rinnovata di scuola, intesa come spazio aperto per l’apprendimento e non unicamente luogo fisico, e come piattaforma che metta gli studenti nelle condizioni di sviluppare le competenze per la vita. In questo paradigma, le tecnologie diventano abilitanti, quotidiane, ordinarie, al servizio dell’attività scolastica, in primis le attività orientate alla formazione e all’apprendimento, ma anche l’amministrazione, contaminando – e di fatto ricongiungendoli – tutti gli ambienti della scuola: classi, ambienti comuni, spazi laboratoriali, spazi individuali e spazi informali. Con ricadute estese al territorio …”

Sono certo che Lei, come ex docente e Dirigente conosca bene questi passaggi. Del resto all’inizio di marzo, quando il movimento spontaneo già organizzava lezioni e materiali, si confrontava senza interruzione sui social per provare ad ottimizzare metodologie e situazioni problematiche e portava avanti un dialogo educativo, in qualche modo efficace, leggevo con speranze sui giornali dichiarazioni come

“… il Ministero dell’Istruzione lavora sulla diffusione dell’educazione digitale con un duplice obiettivo: da una parte fornire agli studenti le competenze digitali per utilizzare in modo corretto il web, comprese le nozioni di base del coding; dall’altra però è indispensabile anche la modernizzazione in chiave digitale degli istituti scolastici, fornendo alle scuole le tecnologie per connettersi alla rete e strumenti didattici moderni…”

e ancora

“… I ragazzi devono imparare e abituarsi ad un uso responsabile degli strumenti tecnologici, a stare in modo corretto sulla Rete e, ovviamente, sui social network, perché questo significa essere messi in condizione di gestire le loro relazioni digitali, anche in contesti non protetti …”

Ed infine, anche se potrei continuare

“… Serve un investimento robusto, sistemico, già a partire dalla prossima legge di bilancio, su scuola e università. Solo così si potrà ridurre il numero degli alunni per classe e conseguentemente reclutare, formare e assumere il personale necessario. Questo consentirà, anche, come stabilito nel programma di Governo, di investire risorse rendendo gratuito il percorso di studi a centinaia di migliaia di studenti le cui famiglie, oggi, si trovano in condizioni di difficoltà…”

Lo ammetto avevo entusiasmo. Le ha riconosciute, Ministro? Eh sì le ha dette proprio lei queste cose, insieme a parole come Resilienza, Reazione, Possibilità.

Poi, però, me lo consenta, è iniziato un gioco strano. Ventidue febbraio 2020: scuole chiuse fino al 2 marzo. Domenica 1 marzo: scuole chiuse fino al 4 aprile. Anzi no: 18 maggio. Nel frattempo tutti tranquilli: tutti promossi. Quattro maggio: già che ci siamo concludiamo l’anno scolastico in DAD. Anzi, torniamo a scuola l’ultimo giorno in giardino a far dire addio alle classi terminali. Improvvisiamo un Esame di Stato in presenza. Maggio: pubblichiamo le Linee Guida per l’insegnamento dell’Educazione Civica per l’anno scolastico 2020-2021. Facciamo scuola nei cinema. Nei musei. Nei parchi. Nelle piazze. Tutti allegramente insieme, perché si sa che la scuola è socializzazione. Anzi no, riapriamo le scuole il primo settembre. Poi facciamo cominciare le lezioni il 14 settembre IN SICUREZZA, talmente in sicurezza che a che serve la mascherina a scuola per i ragazzi. Però prima facciamo fare obbligatoriamente il sierologico volontario ai docenti. Mettiamo i termoscanner. Anzi no, costano troppo. Siate civili e misuratevi la temperatura a casa. Settembre, ottobre: la scuola è un posto sicuro.

E siamo all’inizio dell’anno. Leggiamoli insieme questi interventi. Siamo entrambi di un’altra generazione, Ministro e, diciamocelo, mi sa tanto di battaglia navale. B7 ACQUA, C8 ACQUA. Eh sì, e il virus se la ride, nascosto con la sua flotta.

Ma anche qui, guardi, ci siamo piegati, abbiamo lavorato. Non so se ha la vaga idea dello sciamare di docenti e personale ATA nelle scuole per allargare aule, misurare spazi, pulire, sanificare, ridipingere, verificare, organizzare orari. L’estate è passata così. Ce l’abbiamo fatta, ma a che prezzo?

Diciamo che sto per presentarle il conto.

Iniziamo da una certa forma di comunicazione. Mi permetta di riprenderla proprio sulla scelta delle parole. Siete politici ed in quanto tali dovreste indicare una direzione da seguire e la scelta delle parole è fondamentale.

Ha iniziato, dopo aver sapientemente cavalcato l’onda spontanea della formazione digitale dei docenti, a parlare di recupero del tempo perduto, tacitamente tornando a parlare di programmi non terminati e precipitando la scuola trent’anni indietro. Certo perché, involontariamente, ne sono certo, lei ha improvvisamente delegittimato il ruolo del docente che non è, ma da tempo, quello di trasmettere conoscenze, ma di creare un pensiero critico, la capacità di diventare cittadini pensanti, quello di accendere un fuoco sacro di curiosità e voglia di imparare (certo proprio la citazione di Plutarco che lei ha sommato all’imbuto di Norimberga sbagliandola e raccontandoci di come non si debbano riempire imbuti… è stato divertente). Certo, lo facciamo con le nostre discipline, ma noi, glielo garantisco, non perdiamo tempo.

Di più, aggiungo che, se avesse fatto da docente anche solo una settimana di didattica a distanza, si sarebbe accorta di quanto il tempo-scuola sia cambiato. Innanzitutto la famosa videolezione non è più un mero punto di partenza, non l’abbrivio della lezione, ma la fine, l’incontro di verifica. È già, perché a distanza si lavora in maniera asincrona, si lanciano sfide, si coinvolgono i ragazzi, li si invita a digerire conoscenze, a farle proprie e a rielaborare quei contenuti in maniera personale. Vede, in questa maniera si sposta il centro di nucleazione del processo educativo e lo si fissa sul ragazzo. Il digitale non è né freddo, né caldo, né distante né empatico, quelle sono caratteristiche umane. Il digitale è uno strumento che ci consente, quando usato bene, di trasformare una classe di venti studenti in venti classi da uno studente e va usato sempre, pandemia o no. Ma richiede un tempo infinito. Preparare lezioni, video-lezioni, registrare video, modificarne di altri, inserire contenuti multimediali, trovare il materiale, scrivere appunti, correggere i contributi. Mi creda ministro un’ora di lezione ci comporta almeno una giornata di lavoro matto e disperatissimo, Ecco noi non dobbiamo recuperare nessun tempo perso.

Ancora sul linguaggio. DOBBIAMO RIAPRIRE LE SCUOLE. Ne sta facendo un fatto personale. Certo, non ho paura di dirlo. È diventata una bambina capricciosa che sbatte i piedi a terra e strepita per un giocattolo che non le danno. Glielo scrivo così perché questa è l’opinione dei miei studenti, scevri da quelle modeste strumentalizzazioni dei ragazzi messi sui banchetti davanti alle scuole che non fanno onore né a lei né alle famiglie che lo consentono. Per farla breve, ministro, è un peccato imperdonabile che lei non si sia accorta che, dopo sei mesi, le scuole non hanno mai chiuso, che le scuole non hanno perso un solo giorno. E se da responsabile del dicastero, lei, ancora non coglie la differenza tra un’istituzione morale ed un edificio fisico, beh forse non è seduta sulla poltrona giusta.

Un’altra considerazione sugli occhi dei bambini. È diventato un mantra, il ritornello di una canzone di San Remo. Dobbiamo tornare a stare vicino ai ragazzi, abbracciarli, camminare in mezzo a loro e guardarli negli occhi (come se quando faccio lezione a distanza tenessi gli occhi chiusi). Noi viviamo delle loro gioia, noi la respiriamo, ma lei, ministro? c’è stata nelle classi a settembre? Li ha visti questi soldatini con le mascherine, li ha visti i loro occhi spaventati, si è accorta che avevano paura anche a scambiarsi una matita, sa che uno starnuto provocava minuti di paura? Ecco cosa era la SCUOLA LUOGO SICURO, una stia per polli di batteria dove l’aspetto umano era difficile da recuperare. E tralascio, mi scusi, ogni commento sulle classi divise metà in presenza e metà a casa. La prego, fare lezione è altro.

Lei è stata capace anche di sottolineare come con la scuola chiusa le famiglie sono tutte in difficoltà perché non sanno a chi lasciare i figli. Spero si sia accorta della gaffe e dell’offesa fatta ai docenti. Guardi, sono padre anche io e padre solo che cresce un bambino meraviglioso, ma non posso considerare la scuola alla stregua di un’associazione di babysitting. La scuola deve essere, nell’idea di tutti, soprattutto del ministro, avamposto di legalità e cuore pulsante della vita del paese.

E chiudo, mi scusi ancora per le tante parole, con una considerazione del ruolo del politico. Sarà un atteggiamento qualunquista, lo riconosco, ma comincio a non poterne più di queste conferenze stampa, di questi comunicati da psicologi, preoccupati di cose come sorrisi, empatia, gioia, serenità. NON VI COMPETE.

Smettete la politica dei salotti e della demagogia, smettete la politica della campagna elettorale permanente alla ricerca di facili applausi. L’Italia è una nazione di rara intelligenza con una grandissima capacità di sopportazione. La verità è che da un politico ci si aspettano tre cose. Interventi risolutivi dei problemi, una visione a breve termine ed una visione a lungo termine.
Riconosco che sono arrivati nella scuola una quantità enorme di finanziamenti, bene, ma non benissimo. In che direzione sono andati questi fondi? Banchi, attrezzature, computer, tablet, tutti utili e funzionanti, ma non calati in una visione strategica. Quando tutto finirà, torneremo come prima.

Ci saremmo aspettati che ci fosse un lavoro concreto di programmazione politica che manca. Esempio. In molte scuole, la mia ad esempio, ci sono docenti delocalizzati, come elettroni impazziti, su più scuole. Ce ne siamo andati allegramente girando per strade scuole e comuni, incontrando persone e comunità aumentando ferocemente il rischio di contagio. Sarebbe stato il caso di bloccare questo laddove nella stessa scuola è stato chiesto organico COVID per mancanza di personale. Ma è solo un esempio. Mi piacerebbe chiederle, augurandole un dicastero di durata consistente, dove vuole portare la scuola fra cinque anni e come vede la scuola italiana tra dieci anni. Mi perdoni la franchezza, ma credo che lei questa domanda non se la è mai fatta.

Le cito l’opinione di mio figlio, un bambino di dieci anni, come tanti altri. Gli ho detto che probabilmente tornerà a scuola il 9 dicembre. Mi ha chiesto cosa fosse cambiato da quando sono state chiuse le scuole, voleva sapere se i problemi erano stati risolti. Quando ho detto no mi ha chiesto gelido “papà ma ci hanno preso in giro quando la hanno chiusa la scuola o ci prendono in giro adesso che la riaprono?”. Intelligenti pauca.

La saluto con un’ultima considerazione, fatta da chi, ingegnere, forse è un po’ più avvezzo ai numeri di lei. Fidarsi delle percentuali è pericoloso e destabilizzante. Una percentuale è un numero adimensionale, è un uomo senza volto, un camaleonte che assume ogni forma che volgiamo, per parlare il suo linguaggio da politico, la percentuale è quel numero che consente a partiti politici italiani, da sempre, di non perdere mai alcuna elezione. Ecco, finora abbiamo considerato la scuola sicura solo sulla scorta di percentuali (le ultime non sono confortanti). Io le mostro, invece, un numero … 1. Sì il numero 1. Ma ci metto una unità di misura “ragazzo contagiato”. Un solo alunno contagiato, ministro, è un numero sufficientemente alto per ritenere giusta la chiusura di ogni edificio scolastico. La salute dei nostri ragazzi non può essere messa in discussione da alcun proclama politico.

Le auguro un buon lavoro, ministro, scevro da demagogia e me ne torno a dedicare tutto me stesso ai miei ragazzi.

 

Luca Scalzullo

“Io li conosco i domani che non arrivano mai”: la commovente poesia di Ezio Bosso

Parole che commuovono ma che regalano anche una  grande speranza. Ezio Bosso ci ha sempre insegnato a non arrenderci mai, ad amare ciò che facciamo e a credere in un futuro migliore. 

Io li conosco I domani che non arrivano mai
Conosco la stanza stretta
E la luce che manca da cercare dentro

Io li conosco i giorni che passano uguali
Fatti di sonno e dolore e sonno
per dimenticare il dolore

Conosco la paura di quei domani lontani
Che sembra il binocolo non basti

Ma questi giorni sono quelli per ricordare
Le cose belle fatte
Le fortune vissute
I sorrisi scambiati che valgono baci e abbracci

Questi sono i giorni per ricordare
Per correggere e giocare
Si, giocare a immaginare domani

Perché il domani quello col sole vero arriva
E dovremo immaginarlo migliore
Per costruirlo

Perché domani non dovremo ricostruire
Ma costruire e costruendo sognare

Perché rinascere vuole dire costruire
Insieme uno per uno

Adesso però state a casa pensando a domani

E costruire è bellissimo
Il gioco più bello
Cominciamo…

Let it break

LASCIA CHE SI ROMPA

Lascia che le cose si rompano, smetti di sforzarti di tenerle incollate.
Lascia che le persone si arrabbino,
Lascia che ti critichino, la loro reazione non e’ un problema tuo.
Lascia che tutto crolli, e non ti preoccupare del dopo .
Dove andrò?
Che farò?
Nessuno si e’ mai perso per la via, nessuno e’ mai rimasto senza riparo.
Ció che e’ destinato ad andarsene se ne andrà comunque .
Ció che dovrà rimanere, rimarrà comunque.
Troppo sforzo, non e’ mai buon segno, troppo sforzo e’ segno di conflitto con l’ universo.
Relazioni
Lavori
Case
Amici e grandi amori
Consegna tutto alla terra e al cielo, annaffia quando puoi, prega e danza ma poi lascia che sbocci ciò che deve e che le foglie secche si stacchino da sole.
Quel che se ne va, lascia sempre spazio a qualcosa di nuovo: sono le leggi universali.
E non pensare mai che non ci sia più nulla di bello per te, solo che devi smettere di trattenere quel che va lasciato andare.
Solo quando il tuo viaggio sarà terminato, allora finiranno le possibilità, ma fino a quel momento, lascia che tutto crolli, lascia andare, let it be.

-C. Crispolti

E così vorresti fare l’insegnante

Se lo fai per i soldi, non farlo.
Anche perché saresti abbastanza fesso, vista la mia ultima busta paga.

Se lo fai per avere un posto fisso e un lavoro sicuro,
lascia perdere:
dopo due giorni rimpiangeresti di non aver chiamato per quell’annuncio come animatore in quel villaggio turistico.

Se sei di quelli che “I giovani d’oggi sono tutti dei rammolliti” e “Non hanno voglia di far niente” e “Una volta qui era tutta campagna”,
lascia che ti dica una cosa:
non fa per te.

Se quando vedi un ragazzino un po’ timido, un po’ in disparte, un po’ che non sa che pesci pigliare,
non ti viene l’istinto di andare lì ad abbracciarlo, a dirgli “Dai, proviamoci insieme”,
è meglio se ti trovi qualcos’altro.

Se lo fai per i due mesi di vacanza, trova un altro lavoro che te ne dia altrettanti, ma non questo:
ad ogni giugno sentirai di aver bisogno di almeno il doppio del tempo per riprenderti.

Se non ti nasce dentro come un ruggito,
se non ti spuntano le branchie a stare in mezzo a quegli oceani di paure desideri orrore e voglia di spaccare il mondo che sono
gli occhi di un adolescente,
scusa ma
non è roba per te.

Se non ci credi tu per primo, che qualcosa possa cambiare,
se sei di quelli ormai rassegnati
se nemmeno leggi più il giornale perché ogni giorno ti sembra uguale,
davvero
non lo fare.

Se poi lo fai perché hai studiato e non hai trovato altro,
assolutamente
davvero
assolutamente
No. Non farlo.

Questo non è un lavoro che fai quando non c’è altro.
Lo fai quando non c’è altro che vorresti mai fare.

E.Galiano